Al principio … Io era

– scritto per la “Testa nelle Stelle”, un Incontro tra Astrofisici e Poeti, che ho organizzato per e con la Rivista Phréatique, alla Fnac di Nizza e a l’Astrorama di Jean-Louis Heudier

– pubblicato en francese nella Rivista Phréatique n° 49; e in italiano in: La Parola Abitata, laboratorio letterario n° 4, tradotto da Marco Longo

Al principio … Io era

«Un ricordo mi assilla, ricordo di me stesso che sempre si dissolve. Che caldo, troppo caldo! Assenza di presenza. Mancanza. Non potendo conoscermi, scruto lo sguardo posato su di me. Sguardo di specchio? Sogno d’identità? Chi mi cerca, vuole smembrare i miei corpi e non sa riconoscermi. Dicono che sono nato. Ma come esserne sicuro? Ancora ieri ho fatto questo sogno. Bolla nella schiuma. Ma loro dicono che sono tutto. E il mio sogno? Se io sono, sono l’uno – e questo bisogno dell’altro, verso cui andare! Ho sempre saputo che il mio più stretto alleato è il grande altrove. Artefatto di sogno?

Hanno trovato il mio atto di nascita. Ero già vecchio un milione di anni. Ora, della mia nascita nessuno sa niente. La si suppone nella miseria e nella notte del tempo. Che indice d’ignoranza! Se non fosse mai apparsa luce più abbagliante, anche se oggi la si chiama «fossile», i suoi raggi proverebbero il mio bisogno di crescere e d’estendermi. Sento i loro occhi su di me!

Multiple le mie dimensioni, avvolte o no, secondo l’angolo di osservazione. Quattro, sette, undici, che riaffiorano, non fosse che nella loro mente, ma nel mio ventre, nel mio cuore, nel mio desiderio? Spazio, e tempo, e bruma del ricordo. Spazio-tempo, e magnificenza di sogno. Quanti specchi nello sguardo della coscienza? Ho un centro, una direzione? Sono stratificato? Come vedere, vedermi, nella mia opacità-cecità?

Certi sostengono che una volta lievemente raffreddato. quando le mie particelle originarie si sono disintegrate, allora avrei scelto d’essere materia anziché antimateria. Conservata ogni neutralità, Memoria difettosa, dimmi, dopo l’irradiazione, avevo scelta? Da allora, trascino nell’ombra «l’anti-» di tutto, che non oso guardare per paura di toccarlo. Eppure, in una luce di sogno la mia visione talvolta si schiarisce: la coppia è intatta. Oh! quanto amo la simmetria. Poi questo bisogno vitale, primordiale, di spezzarla discretamente!

Sulla scena del mio teatro la mia forza diffratta attizza il fuoco delle esistenze. Al tempo di un gioco di metamorfosi, quando l’Uno, sotto la maschera, dimentica il suo nome, i suoi quattro fantocci mettono d’improvviso in gioco i loro propri mondi. Alcune loro creazioni si confinano, come pare, nell’ombra; altre, più ardenti, amano farsi guardare. Le più grandi, quindi, generose di vita e di morte, disperdono con gioia il loro canto di colori.

Quando il piacere di distendermi, attraverso presenze-assenze, mi spinge, terribilmente, a riscaldarmi, che posso fare di questo calore se non dissiparlo, dissiparlo fino al punto in cui m’intorpidisco dal freddo. All’improvviso, localmente, un nulla si condensa, si riscalda, poi brilla; un sole è nato! Sono contento. È vero, il mio bagno d’eterna giovinezza lo faccio nell’omogeneo. Ma al di qua, al di là di un universo-isola, che piacere per l’alterità che batte nel mio petto!

Da sempre, in questo modo, luoghi di creazione mi modellano: l’universo esplosivo, il cuore febbrile delle stelle, lo spazio glaciale tra gli astri, il tepore dell’oceano primevo. Ovunque, tracce della mia potenza. Che è terrificante! … far sempre emergere proprietà nuove. Nascita per congiunzione.

I miei mille livelli di realtà, come in un ballo di Maestri, si sovrappongono, s’intrecciano, e si contengono reciprocamente. Bastano a se stessi? Probabilmente. Ma loro, quelli che mi braccano allo specchio, inventano le regole del gioco e cercano, come regista, la formula unica, la legge ultimissima. Spossato dalla loro sarabanda, questo ora mi sfugge: chi venne per primo, l’esistente o la legge, se non c’era nulla da regolamentare? Che importa, purché si schiuda questa meraviglia, la danza del fascio del pione.

IIo dispiego le mie forze così come i miei mille tempi. Niente, in nessun luogo, accade nello stesso istante. Tranne forse dietro l’amalgama dello specchio. Là, chissà, tutto si coniuga e s’inscrive nella memoria al di qua dell’oblio.

Ho anche sentito dire che i miei mondi avrebbero attraversato la loro genesi a livelli precisi del tempo. Il Tempo Zero, tuttavia, posso abbracciarlo solo di notte, in questo sogno, questo sogno ricorrente in cui la luce nasce dall’ombra. Quest’aria m’insegue ugualmente, questo canto in cui la gravità curva gli spazi e i tempi. Nella mia mente risuona un passo doppio. La curva negativa d’un’iperbole, aperta, dà la replica ad una sfera spaventosa che rinchiude il mio divenire.

Come sapere? Di certo non tramite Quelli i cui occhi mi frugano, giorno e notte, come un volgare passante. Perché nelle loro opinioni dimora solo un alone delle mie apparenze. Ma il mio essere – dato lì – all’interno?

Poi l’angoscia. Inquietanti, le loro interrogazioni! Dove sono dunque le mie frontiere? Qual è il mio limite? La mia densità? Come fu quella condizione iniziale, la mia, sepolta nel mio oblio? Alcuni lo danno per certo: ne dipende la mia sopravvivenza. O piuttosto la loro?

Nel buio della non-conoscenza, le sentinelle della mia memoria difendono il loro segreto: invisibile, nera, una certa massa è mancante, che è accaduto?

Il guardiano della decisione si crede fantasma, o angelo, dai tre volti. Quelli lo chiamano Neutrino. La sua carica leptonica – intendo il loro clamore – è violata? Tutto dipende da questo. Tutto. In conformità, le mie libertà sarebbero molto diverse. Espandermi per sempre, esalare degli spazi-tempo senza fine, oppure cercare nuove forme, dalle dimensioni inaudite, goderne, morirne e rinascere altrimenti? Non so. Lo si saprà mai?

Singolare anche quest’idea del mio inizio e della sua fine. Come si chiamano questi mattoni gravitanti nello stagno della loro ignoranza? Big Bang, Buco Nero, Big Crunch. Singolare! E il loro universo, che non sarebbe altro che una funzione d’onda? Il mio cielo è assillato da domande, le cui risposte danno alla luce centomila altri come e perché. Spostare già un po’, solo un po’, i rossi della mia melodia equivale a togliere i puntelli alle loro impalcature. Quelli cercano allora, febbrilmente, le corde salvatrici. E anche della colla e delle sovrastrutture. Nel loro sacco di prestigiatori, superfici intrappolate, tane di vermi, causa e effetto rovesciato, e questo punto Omega che attraversa la loro follia e mi farebbe nascere, Me e Loro, senza mai fermarmi, nell’atto stesso di guardarmi.

Nutrendosi d’idee nude, vestite del giallo dei forse, essi tendono a sposare l’inconciliabile, cercano di forzare la proprietà delle loro menti. Sapranno, a tempo debito, associare l’insospettato all’intravisto? aprire le loro strutture all’eminentemente altro, e concepire l’inconcepibile, questo al di là dell’al di qua?

Nel frattempo, io mi avvolgo in questa forza di vita che cerco tanto di rammemorare. I suoi movimenti, i suoi movimenti incessanti dalle frecce di luce, arano in me i loro propri campi. A momenti un’onda immensa mi prende. Tutto sembra tremare. Attesa. Le mie fasi di sonno e di veglia, di folgorazione, di crisi di crescenza, di transizione, tutto questo mi abita e mi abbiglia seguendo le proprie stagioni. Suoni di cui ho perduto il senso si avvicinano, vogliono scommettere sulla speranza, mi imbalsamano di un’altra forza; di tutt’altra coesione. Ci sarebbe un fine che avrei dimenticato? A passo retroattivo avanzo trasparente verso il futuro. Nel sonno della Memoria, della mia o di chi altro?, tintinna un Tachione sconosciuto. Io aspiro alle onde primordiali in cui gravita il sogno e mi fondo nella sua realtà, quello all’eterno presente di un «si saprà mai?»

«Au commencement j’étais … », in Phréatique, numero monografico «La téte dans les étoiles», Estate 1989.

Gli Archi di Einstein negli ammassi di galassie,

una scoperta di una equipe dell’Osservatorio di Tolosa, diretto da Bernard Fort;

essi costituiscono una nuova prova della teoria della Relatività Generale di Einstein

* foto : CERN: Interazione di ioni pesanti

Estratto da: A l’Ecoute, cantata per una poesia delle scienze, ed. Cahiers de Garlaban

About Ilke Angela Marechal

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